“Napolitano: grande europeista e custode della Costituzione. Con lui lavorai per difendere la dignità dei migranti”, di Livia Turco

Giorgio Napolitano è stato il primo Presidente della Repubblica che veniva dalla storia del Pci. Il suo operato ha reso onore a quella storia. Presidente in anni complessi e difficili, è stato determinante per orientare forze politiche smarrite, per far vivere l’europeismo e l’obiettivo dell’unità politica dell’Europa, dentro un mondo globale e dunque multipolare. È stato uno strenuo difensore dei valori costituzionali sollecitando le riforme necessarie per rendere rappresentative ed efficaci le nostre istituzioni e combattere in tal modo i populismi.


Quando Giorgio Napolitano interveniva durante le riunioni del Comitato Centrale del Pci (e del Pds e dei Ds) mi era normale prendere appunti – data la profondità del suo argomentare – ed essere coinvolta dal suo tono di voce netto ed austero. Poi, ogni volta, riflettevo sul suo pensiero. Avevo nei suoi confronti il rispetto ed anche il distacco reverenziale che si ha verso una persona che esercita grande autorevolezza. Per questo sento che la sua morte costituisce una perdita enorme per la sinistra italiana ed europea e per la democrazia del nostro Paese.

Il dissenso con la critica che fece a Berlinguer
Il filone di pensiero e le battaglie politiche di Napolitano che mi coinvolsero riguardavano l’approdo dei comunisti italiani nella famiglia del socialismo europeo. Una battaglia che lui condusse in modo energico dopo la svolta di Achille Occhetto per il superamento del Pci e la costruzione di una nuova formazione politica della sinistra. Non avevo condiviso la critica che Napolitano fece a Enrico Berlinguer sulla strategia di alternativa democratica. In quegli anni in cui ero dirigente del Pci torinese, quando la dialettica ed il confronto politico nel partito fu molto esplicito e trasparente, condivisi sempre le analisi e le scelte di Berlinguer. Tuttavia, questa sintonia con il segretario del Pci si accompagnò sempre con l’ammirazione per il rigore, la profondità e la limpidezza della persona di Napolitano.

Il lavoro che feci con lui per la riforma del governo dell’immigrazione
Negli anni del governo dell’Ulivo ed in quelli successivi ebbi la fortuna di scoprire meglio il tratto umano che traspariva dal suo rigore. Il giorno in cui salimmo al Quirinale per il giuramento davanti al Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro in occasione del primo esecutivo guidato da Prodi, nella emozione profonda della prima volta della sinistra al governo del Paese, mi rivolsi a lui, in un gesto per me inusuale, per confidargli quel sentimento. A lui e non ad altri o altre perché la sua persona rappresentava in modo emblematico la portata del passaggio che stavamo vivendo.
L’azione di governo ci vide impegnati nella collaborazione per la stesura di una riforma, che per me resta la sfida più impegnativa e coinvolgente, tra le molte altrettanto coinvolgenti che vissi in particolare come ministra della Solidarietà Sociale: quella che riguardava il governo dell’immigrazione. Nel 1996 l’immigrazione stava cambiando in profondità la società italiana. Una immigrazione silenziosa che era attratta dalla calamita del mercato del lavoro informale e da quel lavoro netto ed irregolare, dalle manifatture del centro Nord alla pastorizia ed agricoltura. La rapidità della crescita del fenomeno cambiò il paesaggio di tanti quartieri nelle città, creando paure e conflitti. Ripopolò borghi e paesi. E poi c’erano la crisi economica e il collasso istituzionale e politico dell’Albania di Sali Berisha, con l’arrivo quotidiano di navi stracolme di albanesi, molte donne e bambini: un grande numero di loro cadrà nelle mani della criminalità.

Non ci facemmo intimidire dagli “imprenditori della paura”
Nascevano, in quel passaggio difficile, gli “imprenditori della paura” e bisognava agire con determinazione. Nella riunione del consiglio Ministri che discusse il tema tutti condividemmo una netta affermazione di Romano Prodi: basta con l’emergenza, l’immigrazione è un fatto strutturale e va governata garantendo sicurezza e solidarietà. Decidemmo la elaborazione di una nuova legge quadro. Prodi volle che il coordinamento dei lavori facesse capo a Palazzo Chigi e che fosse svolto da me, in quanto ministro della Solidarietà Sociale. Napolitano, che era ministro dell’Interno, condivise quella scelta e, dopo una riunione dei ministri interessati per una prima impostazione politica, lavorammo insieme. Proposi di consultare tutto il mondo associativo, i sindacati, la Chiesa. Giusto, mi disse Napolitano, ma diamoci una scadenza per l’elaborazione della legge perché di tempo ne abbiamo poco. Il nostro obiettivo era tenere insieme legalità e diritti, contrastare l’immigrazione clandestina e, soprattutto, rendere praticabili e convenienti gli ingressi regolari.

Lavorammo con grande sintonia con gli uffici del ministero degli Interni ed era una novità assoluta che dirigenti di quella struttura grande ed autorevole venissero alle riunioni nel piccolo ministero della Solidarietà Sociale. Noi eravamo gentili, offrivamo sempre caffè e pasticcini. Si creò un bel clima di collaborazione, sentivamo tutti il senso della sfida. Riferivo puntualmente a Napolitano l’esito delle consultazioni con le forze sociali.
Discutemmo in modo approfondito ricercando anche il contributo degli esperti, sulle vie regolari e legali dell’immigrazione. Fondamentale era la stipula degli Accordi bilaterali che dovevano prevedere ingressi regolari, sostegni allo sviluppo e la riammissione dei clandestini, oltre al sistema delle quote di ingresso, al Piano triennale delle politiche migratorie per intrecciare numero di ingressi, sostenibilità sociale dei medesimi e politiche di integrazione. Noi della Solidarietà Sociale avanzammo la proposta dell’ingresso per ricerca di lavoro e introducemmo la figura dello sponsor, individuale o collettivo, che si faceva carico di questo ingresso. Era una novità che corrispondeva a un mercato del lavoro sempre più flessibile.

Napolitano manifestò una perplessità iniziale, poi si convinse che si trattava di una innovazione efficace. Noi della Solidarietà Sociale, sollecitati dalle associazioni, tenevamo molto al diritto di voto a livello amministrativo per gli immigrati. Napolitano temeva che fosse un passo troppo lungo e che avrebbe inasprito i rapporti con il centrodestra, ma comprese le ragioni della proposta e la condivise. Molto impegnativo fu il fronte del contrasto della immigrazione clandestina. Legalità ed efficacia delle misure erano i due aspetti fondamentali della sua azione. Espulsione amministrativa nei confronti degli immigrati irregolari, espulsione immediata con accompagnamento alla frontiera nei casi di persone che manifestavano una pericolosità sociale sulla base di una valutazione dei prefetti. Poi c’era il caso delle persone che negavano in modo ripetuto la loro identità. In questo caso, era l’opinione degli Interni, bisognava effettuare un trattenimento temporaneo nel massimo rispetto eri diritti umani. Fu per me una discussione dolorosa, sentivo su questo la contrarietà delle associazioni. Ne discutemmo a lungo e mi resta nel cuore lo sguardo comprensivo di Napolitano per il mio travaglio. Mi rassicurò su tutti gli aspetti di costituzionalità e sottolineò il carattere europeo della misura.

La sua profonda partecipazione umana sul tema della prostituzione forzata
Quando affrontammo il tema inedito e durissimo della prostituzione forzata e della riduzione in stato di schiavitù delle donne immigrate mi chiamò nel suo ufficio. Volle conoscere a fondo il problema e sentii in lui una profonda partecipazione umana. Gli prospettai quanto proposto dal tavolo che avevo convocato, composto da coloro che facendo il lavoro di strada – dalle suore alle Associazioni per i diritti delle prostitute – conoscevano il fenomeno: un permesso di soggiorno di protezione sociale per le donne che volevano uscire dallo stato di schiavitù e intraprendere un percorso di reinserimento sociale. Napolitano mi rispose: “Quel tavolo di lavoro che hai convocato merita fiducia”. Saremo i primi in Europa ad adottare questa norma, gli risposi. Ci congedammo con un sorriso. La felicità di comunicare a quegli straordinari operatori ed operatrici di strada il consenso di Giorgio Napolitano alla loro proposta mi rese felice e spinse i componenti di quel tavolo a tributare un lungo applauso.
L’applicazione di quella norma negli anni successivi – perché rimase in vigore anche con la Bossi Fini – restituì la vita a tantissime donne. Ovviamente ci trovammo d’accordo sui diritti sociali e della salute da riconoscere ai migranti e prevedemmo anche un Fondo Nazionale per le politiche di integrazione gestito dal Ministero della Solidarietà Sociale con i Comuni, insieme alla predisposizione di un Piano Nazionale per le politiche d’integrazione.

Prima di portare in Consiglio dei Ministri il testo conclusivo, Napolitano volle discuterlo con i leader dell’opposizione per sottolineare la sua volontà di dialogo. La legge fu approvata nel Consiglio dei ministri con la collaborazione di tutti i dicasteri e con la soddisfazione di avere costruito insieme una grande riforma. Ma avemmo anche la consapevolezza di quanto sarebbe stato difficile il passaggio parlamentare ed il rapporto con l’opinione pubblica. Era il 14 febbraio 1997.

L’iter parlamentare iniziò con un determinato ostruzionismo da parte della Lega e di Alleanza Nazionale, che poneva come condizione per avviare il percorso lo stralcio della norma che prevedeva il diritto di voto. Fu uno strazio per la sottoscritta. Prodi e Napolitano decisero lo stralcio della norma e la sua traduzione in una legge di riforma Costituzionale dell’articolo 48 relativo alla partecipazione politica.

La sapienza parlamentare di Napolitano, supportato dai gruppi parlamentari dell’Ulivo e da personalità come Rosa Russo Jervolino e Domenico Maselli, che fu relatore della legge alla Camera, nonostante l’asprezza dell’opposizione vide l’approvazione definitiva della legge nell’arco di un anno. Fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 6 marzo1998 ed il Decreto Legislativo n.286 che coordina tutte le norme in materia di immigrazione, il 25 luglio 1998.

Iniziò la difficile fase applicativa. Il primo passaggio fu la stipula dell’accordo bilaterale con l’Albania – in un contesto di grave emergenza, con la drammatica crisi nei Balcani – che contribuì in modo determinante alla rinascita di quel Paese. Ed insieme la stipula dell’Accordo bilaterale con la Tunisia di cui si occupò direttamente Napolitano e che durò per parecchi anni. Facemmo la Conferenza sulle politiche di integrazione predisponendo il primo ed ultimo piano per le politiche d’integrazione. Fummo bersagliati in modo costante dagli “imprenditori della paura”.

Una collaborazione che è proseguita nel tempo
La collaborazione con Napolitano proseguì in tutti gli anni successivi. Ogni volta che lo incontravo si trattava, per me, di momenti importanti. Gli incontri tra noi furono su questioni di lavoro quando fui ministra della Salute. Si trattò di scambio di amicizia – grazie alla vigile regia di Giovanni Matteoli – negli anni in cui lui fu Senatore a vita.

Un momento significativo del nostro rapporto fu la scelta di dare vita alla Fondazione Nilde Iotti. Napolitano fu molto felice di quella nostra decisione e ci è stato sempre accanto. La sua presenza, in qualità di Presidente della Repubblica, alla cena per la raccolta fondi per costruire il patrimonio di risorse necessarie per avviare la fondazione fu determinante e conserviamo un suo bellissimo scritto dedicato a Nilde. Partecipava alle nostre iniziative anche solo con un messaggio augurale, che era sempre espressione di viva partecipazione. Si sentiva che voleva bene a Nilde, che la portava nel cuore.

Altri potranno soffermarsi sui vari aspetti della vita politica di Giorgio Napolitano. Per quanto mi riguarda ritengo che egli sia stato ed è un pilastro fondamentale della sinistra italiana ed europea.

Il suo merito più grande è di aver capito tra i primi che il compimento della originalità del comunismo italiano, per cui tanto si era impegnato Enrico Berlinguer, era diventare parte della famiglia del socialismo europeo. Le sue battaglie, le sue elaborazioni e le relazioni costruite in campo internazionale sono state preziose per rendere possibile ed arricchire questo progetto.

Giorgio Napolitano è stato il primo Presidente della Repubblica che veniva dalla storia del Pci. Il suo operato ha reso onore a quella storia. Presidente in anni complessi e difficili, è stato determinante per orientare forze politiche smarrite, per far vivere l’europeismo e l’obiettivo dell’unità politica dell’Europa, dentro un mondo globale e dunque multipolare. È stato uno strenuo difensore dei valori costituzionali sollecitando le riforme necessarie per rendere rappresentative ed efficaci le nostre istituzioni e combattere in tal modo i populismi.

È stato un uomo di grande cultura, che sapeva quanto fosse prezioso il rapporto con le persone semplici, con i cittadini della nostra vita quotidiana, ai quali ha trasmesso il valore della politica anche con la forza dell’esempio e della vita personale.

Livia Turco

Articolo pubblicato su strisciarossa.it